In merito alla tragedia che ha profondamente scosso la comunità di Casanova Lerrone, e nello specifico la frazione di Vellego, abbiamo chiesto un commento a Stefano Padovano, criminologo dell'Università di Genova e curatore dell'Osservatorio sulla Criminalità della Regione Liguria.
Spiega Padovano: "La prima cosa che potrebbe colpire l’uomo della strada è: “una tragedia in un paesino come Casanova Lerrone?!”. Ebbene sì. Primo esercizio di decostruzione dei luoghi comuni: delitti efferati come quello di domenica sera avvengono in ogni dove. Da sempre. Nessuno(a) si ritenga esente. Piuttosto, come possono categorizzarlo i cultori della cronaca nera e gli operatori del settore? Un femminicidio classicamente inteso o un omicidio-suicidio a sfondo famigliare? Seconda fuga dal senso comune: una tragedia di ampie dimensioni. E qui il ragionamento ne guadagna in complessità. Perché ad essere distrutti sono almeno tre ambiti famigliari: quello della vittima, che ha sacrificato la sua vita in difesa della madre, quello della donna che ha assistito alla scomparsa della figlia, e quello dell’omicida, che dopo avere materialmente annientato una vita umana ha provveduto ad eliminare se stesso.
Per questo, al di là delle etichette di facile presa mediatica e nullo valore scientifico, il quadro assume a tutti gli effetti la valenza di una tragedia. Di provincia, certo, nascosta in un entroterra di confine che di lì a poco non sembra neanche più Liguria le cui strade impervie, se non fosse per la presenza di qualche imperdibile trattoria, non si percorrerebbero neppure sotto tortura. Ciò nonostante, quella tragedia appare cinicamente uguale a mille altre. Avvenute in collina o sulla costa. In campagna o in città. Laddove il possesso delle armi, per altro illegale, risulta una pratica sempre più diffusa. Anche in Liguria. Per cui, a fronte delle ordinarie investigazioni, qualche circolare ministeriale rivolta ad implementare a livello locale questo genere di controlli non guasterebbe.
Il resto è patrimonio della quotidianità, in cui non esiste una “propensione” a delinquere. Di alcuni piuttosto che di altri. Anche quando le suggestive tesi del ventennio Sessanta-Settanta individuavano nei meridionali gli unici lesti con le armi, altrettanti tentati o consumati omicidi avvenivano per mano di nativi locali e per le stesse supposte “ragioni” famigliari. Piuttosto i bersagli, per meglio dire le vittime, oggi come allora, non sembrano avere mutato i tratti: donne, giovani o meno, del sud come del nord Italia, trasversali per status o condizione socio-economica, italiane o straniere, e così via. Ma tutto nel mezzo di vicende famigliari, in cui è più semplice vendicarsi di un torto o sanare un’incomprensione con una minaccia telefonica o un’invettiva internet. Gli insulti social e gli sproloqui sulle applicazioni telefoniche hanno preso il posto del confronto personale. Rancori, distonie, malversazioni, sembrano non trovare più una via di uscita. Fare un passo indietro, arretrare quel poco dalle proprie posizioni, non è inteso come un gesto emancipatorio, di crescita personale, di forza. Al contrario è comunemente condiviso alla stregua di una debolezza, di una fragilità. Pertanto da non prendere in esame, da scartare a priori tra le opzioni risolutorie possibili. Perché in fondo non c’è nulla da risolvere, niente da ricompattare. Urlando più forte, prevaricando sugli altri, l’obiettivo è annullarne la visibilità, le ragioni, il pensiero. Nei casi estremi, violandone l’esistenza.
In questo senso, la tragedia di Casanova Lerrone, se ci sorprende è solo perché ci mette davanti a ciò che siamo. Ecco perché, la risoluzione di un conflitto - specie se famigliare - procurando la morte non è il problema di una parte, ma di tutti. E negarlo non è soltanto ambiguo, ma qualcosa di più: è una manifestazione di corrività".
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