“Chiediamo un sacrificio maggiore ai medici di famiglia”, ha affermato ieri il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. Ma come possono se non sono in grado di recarsi in visita dai propri pazienti? “Non è che non vogliamo, non possiamo fare di più”, replica, infatti, un medico di base di Pegli, che abbiamo raggiunto telefonicamente.
Questo accade perché loro sono costretti a restare nello studio medico, rispondendo a chiamate, messaggi e posta elettronica, mentre a fare le visite domiciliari ai casi di Covi-19 sono i colleghi individuati da Alisa per i gruppi di medicina territoriale. “Ma siamo noi a conoscere a fondo i nostri pazienti – commenta – che sarebbero anche più rassicurati se ci vedessero, mentre quello che facciamo è sentirli due volte al giorno al telefono, per essere aggiornati sul loro stato. Stiamo pensando a un modo diverso, come Skype, per poterli vedere, ma è difficile che le persone anziane siano capaci a usare i mezzi tecnologici”.
Il problema è che i medici di base, a differenza di chi fa parte dei gruppi territoriali, non hanno i DPI, cioè i dispositivi di protezione individuale, adeguati e sufficienti . E nemmeno uguali per tutti (di ieri le dieci richieste essenziali , tra cui corretti dispositivi, da parte dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Liguria). Infatti ogni distretto della Asl3 genovese ha una propria fornitura e passa il kit, imbustato ed etichettato con nome e cognome, a ogni dottore.
“Noi del distretto 8, che comprende Pegli, Pra’, Voltri e Palmaro, abbiamo ricevuto presidi in due ondate – continua -: la prima volta sono arrivati 5 camici monouso, 2 mascherine chirurgiche, una scatola di guanti e 2 paia di calzari, mentre dopo circa dieci giorni ci hanno mandato altri 3 camici monouso, gli occhiali e 2 mascherine FPF2”.
Ma ci sono distretti della Asl3 cui va peggio, perché al 12, che comprende Valbisagno e Valtrebbia, “sono arrivati camici che sembrano grembiuli - ha commentato un altro medico di famiglia – non possiamo essere in prima linea con i camici da macellaio”. Mentre al distretto 11, quello del Municipio di Centro Est e di Medio Levante, fino a ieri, venerdì 27 marzo, niente camici di ricambio.
C’è amarezza e preoccupazione tra questi dottori che vorrebbero solo fare il lavoro per cui sono chiamati, e che, invece, si sentono impotenti restando dietro alle scrivanie e ai monitor dei loro studi. “Ai nostri pazienti, casi sospetti di Covid-19, non vengono fatti i tamponi a casa, e mancano i saturimetri, che sarebbero molto utili”, spiega il medico di Pegli.
E a questo si aggiunge l’impossibilità d’essere utili anche alle famiglie dei malati: “Alcuni dei miei pazienti sono ricoverati, intubati, e le mogli chiamano me per avere notizie, perché in ospedale non rispondono, ma purtroppo la comunicazione in questo momento è molto difficoltosa anche per noi”, conclude con tono rassegnato.
Commenti